Andy Sachs torna a Runway mentre Miranda Priestly naviga in un nuovo panorama mediatico mantenendo la sua posizione in Runway. Entrambe riallacciano i contatti con l'ex assistente Emily Charlton, ora a capo di un marchio di lusso con finanziamenti che potrebbero garantire la sopravvivenza di Runway.
Ne avevamo bisogno?
Assolutamente no.
Io credo che a volte sia meglio non lasciarsi trascinare dalla nostalgia, soprattutto quando si decide di mettere mano a personaggi diventati ormai iconici. Ed è esattamente la sensazione che ho avuto guardando Il diavolo veste Prada.
Il film in sé non mi ha entusiasmata, anzi, in alcuni momenti l’ho trovato quasi privo di una vera direzione. Posso capire l’idea di mostrare Miranda alle prese con una crisi esistenziale o con il peso del tempo che passa, ma vederla privata di quel carisma tagliente e magnetico che l’ha resa un’icona mi è sembrata una scelta sbagliata. Alcuni personaggi funzionano proprio perché rimangono intoccabili, e Miranda Priestly è uno di quelli.
La cosa che mi dispiace di più è che i presupposti per costruire una trama davvero interessante c’erano tutti. Il tema dell’intelligenza artificiale, ad esempio, poteva essere perfetto per parlare della crisi del mondo della moda, della sostituzione della creatività e del cambiamento dell’editoria. Invece viene appena accennato durante una cena e poi praticamente abbandonato, lasciando la sensazione di un’enorme occasione sprecata.
Quello che resta iconico, però, è senza dubbio l’aspetto estetico: gli outfit, l’atmosfera e tutto ciò che riguarda la moda continuano ad avere quel fascino capace di catturare lo sguardo. Ma purtroppo, almeno per me, non basta a reggere il peso di un sequel che non aveva davvero nulla di nuovo da raccontare.
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